Noir sul tango, vicende vere e verosimili legate al gotan, risali la corrente degli episodi
VII Episodio – Commissario Lenino
- Nastasi, Dalbino è arrivato?
- No dottoressa, appena arrivo gli dico subito che desidera conferire con lui.
- Grazie Nastasi.
Quanto è lecchino, questo Nastasi, ma per lo meno fa il suo lavoro egregiamente. Che montagna di carte, quasi quasi mollerei tutto e ricomincio con il windsurf. Macchè meglio le scartoffie, tutta quell’acqua di mare estate e inverno, in freddo. Dopotutto è stato un bel periodo, un sacco di soddisfazioni in giro per il mondo, le spiagge se non le più belle almeno le più ventose. E poi è stato anche positivo per entrare in polizia, quel pizzico in più per meriti sportivi è valso un mondo di sacrifici. Studio e sport non facili da coniugare. Basta Francesca concentrati, hai quella relazione da presentare al questore alle 15.00, e di certo vuole avere ragguagli su quel morto dell’autostrada. Ci mancava solo la delegazione di uruguaiani.
Francesca Lenino aveva il tailleur color ecru e un foulard arancio, la gonna appena sotto il ginocchio, ma sì quando si va in questura è meglio fare bella impressione s’era detta, e quel tailleur sottolineava il suo fisico atletico.
Bussano alla porta
-Sì?
-Dottoressa. Buongiorno? Mi ha cercato? –la porta si apre parzialmente mostrando un volto con i segni di una notte lunga.
- Avanti, Dalbino. Certo che ti cercavo. Allora che novità ci sono?
- Dottoressa, le novità ci sono e sono importanti?
- Forza Carlo, che ti devo tirare le parole con le tenaglie? Hai bisogno del caffè? Forza che ho un mucchio di cose da fare.
- La polizia municipale ha trovato la macchina di Zicchittella, quello morto in autostrada. Era rimasto impantanato a pochi metri dall’autostrada in un agrumeto. l’auto aveva le chiavi inserite e nell’abitacolo liquidi organici di ogni tipo. Sto arrivando da lì i colleghi della scientifica sono al lavoro.
- Che ne pensi.
- Dottoressa, quello, Zicchittella, era un personaggio: separato la moglie non ne vuole sentire neppure parlare, pochi amici, molti conoscenti, molto lavoro (grossista di essenze), il tango dove però non è che avesse molti estimatori e … qualche vizio.
- Che vizio? Carlo, ma che dobbiamo fare notte?
- Le donne, meglio le prostitute e la cocaina. Secondo me ha fatto qualche sciocchezza di troppo, mentre era infrattato chissà con chi è rimasto impanato con l’auto, poi ha scavalcato la recinzione dell’autostrada e lo hanno trovato quei due che tornavano a casa. Lo spacciatore per adesso no l’ho ancora trovato, sono in contatto con i colleghi della narcotici. Nel frattempo ho preso una lezione di tango e vedo di capire chi conosceva, chi frequentava…
- Dalbino, ma ti sei messo a prendere lezioni di tango? Meno congetture, cerca di non perdere tempo e più fatti, vedi che cosa dicono dalla scientifica e mi raccomando stai addosso a questo caso. Il questore con la scusa che parlo spagnolo mi ha incastrato per accogliere una delegazione della polizia uruguaiana nei prossimi giorni.
Squilla il telefono
- Pronto?
- …
- Sì dottore, dobbiamo anticipare la riunione col Prefetto? D’accordo.
- …
- Veramente ero in riunione per un caso delicato. No, non urgentissimo. Va bene, esco subito.
- Come hai capito era il Questore, me ne devo andare, la delegazione arriva tra un’ora dal Prefetto. Mi raccomando non tralasciare nulla, alcuni giornali stanno ricamando troppo sul caso, vedi che ne sanno loro.
- Dottoressa, non è si deve ricambiare la visita in Uruguay?
- Dalbino, non ‘babbiare’?
VI Episodio – Di corsa in tango
E’ percorso perfetto per preparare quella gara: partenza direttamente da casa, per iniziare una bella salita e poi ancora salita. Il torrente Annunziata è uno dei pochissimi torrenti di Messina che non sono stati ‘tombinati’ si procede per Campo Italia, Castanea delle Furie, le Masse e Faro Superiore e poi Curcuraci, di nuovo il litorale Pace, Contemplazione, Paradiso. E vero Paradiso dopo
Allaccio bene le scarpe, curo che i calzini siano bene stesi, vaselina come per la gara: piedi, inguine ascelle e capezzoli. Sì la gara, la gara di tutte le gare: la cento chilometri del passatore. Questo è l’ultimo lungo, prima della gara. L’allenamento che più si avvicina alla gara, ieri ne ho corsi 20 di chilometri, oggi altri 36. Prima si comincia prima si finisce. Le chiavi di casa sono troppo grosse per il taschino dei calzoncini. Le avvolgo al portachiavi a nastro che in tanti appendono al collo, saranno più comode da trasportare in mano. Ecco da non dimenticare una moneta da due euro, facciamo due, e l’integratore salino avvolto nel fogli d’alluminio. Pronti.
Il sole è alto sono le 15.30 un po’ di vento, lo Stretto è davanti di là
Comincio piano, la discesa ripida per uscire dal cancello del complesso. Ecco la strada che collega san Licandro alla Annunziata, subito in salita. Tranquillo tutto bene, Rino mi vede dalla finestra mi chiama:- Emiliano, Emiliano! Ma che fai, vieni su, ti offro un caffe’!
- Ma che caffe’ Rino, ciao grazie lo stesso. – Ma che gli viene in testa il caffé, non ne prendo quasi mai, mi piace il gusto specie se di miscele ricercate e ben tostate, ma non mi piace la sensazione di accelerazione del mio organismo. Ho l’impressione di essere un pupazzetto appena caricato con una molla che si muove veloce. No niente caffé.
Si scende e poi si sale, la facoltà di farmacia a sinistra e a destra molti palazzi arrampicati sulle pendici. Le finestre a guardare lo stretto e la città, la falce. Resto a bordo strada, coi motorini scendono come i fulmini, il peso del corpo sulla ruota davanti, aggressivi sulla curva come Valentino, solo che il casco, Valentino, qualche volta lo indossa.
A quella recinzione l’abbaiare del cane mi coglie di sorpresa. Lo mando a quel paese e poi penso che magari vorrebbe solo giocare o magari farsi un giro fuori. Si suda e la salita si fa sentire, ma tutto funziona alla perfezione, vado come devo andare: piano come per la gara, piano e costante. Arrivo in cima dove non ci sono più palazzi, ancora più in alto quella casa dove i pastori tedeschi salutano con latrati ogni volta che passo.
Che spettacolo! Il Laghetti di Ganzirri da qui sono irreali. Il Pantano grande e il Pantano piccolo, il faro, la vecchia lanterna, l’Italia dall’altro lato, profonda verso nord. Tra poco le sorgenti dove fare la prima sosta. Il vento rinfresca il cammino dei viandanti.
C’è gente che riempie sempre bidoni e bottiglie, ogni volta mi guardano un po’ straniti e alla mia richiesta se mi offrono da bere. Tutti sorridono e mi dicono:-prego!
Riparto lungo la strada ci sono le ginestre, la coronella, la calicotome che condividono forme e colori allo sguardo distratto. Pini sparuti sfuggiti agli incendi, la discarica ormai chiusa con i suoi canali. Vestigia di gallerie, case matte, i militari che ammiravano il panorama da qui avranno fatto a piedi queste strade almeno quanto me.
Pianeggiante, la strada fino a Castanea è pianeggiante. Ecco il ritmo, una parte del cervello ha preso il ritmo e le parole. Ho cominciato a prepararmi per la maratona e a ballare il tango nello stesso periodo, forse per questo mi succede. Prima quando non conoscevo il tango quelle volte che correvo tanto, mi sovvenivano i ritmi del reagge, o delle canzoni del momento. Ora tango e adesso Asì se baila el tango. Corro e mi vengono in mente le parole. (qué saben los pitucos, lambidos y shushetas? Que saben que es el tango Que saben de compas?) Che ne sanno gli aristocratici impomatati del ritmo … Soy como u pintor sono come un pittore … Ahora una vuelta, una corrida un ocho una sentada. Le gambe girano, la sangre que sube (il sangue che sale) a cada compas… Asì se baila el tango mezclando l’aliento, cerrando los ojos pa’ escuchar mejor. Mi viene da pensare a quello che ho visto tirare le cuoia in autostrada a rantolare. A quell’Ispettore che cercava di farmi ammettere cose che esistevano solo nella sua immaginazione.
Avanti, vado, corro, ancora un pezzo ed entro in paese, alla fontana un'altra bevuta. Riprendo si scende e si sale alla volta delle Masse. Massa San Giorgio, Massa San Nicola, li confondo sempre. Sono un misto di case vecchie e nuove, tra orticelli e residui di vigneti, tra gli arbusti che hanno preso lo spazio guadagnato dalla zappa e dal sudore. Ogni tanto in boschi messi dall’uomo prima che la terra terminasse tutta a mare e ora sotto i pini venuti dalla Toscana ci sono di nuovo i lecci lì, le sughere e le roverelle qui, progenie delle piante che erano rimaste a testimoniare l’antico lavoro di boscaioli e carbonai, e prima di loro di tanti altri che videro queste pendici impenetrabili.
E io ci corro, un nastro asfaltata tra le pendici ripide, tra vallette con l’erica che nasconde ceppi poderosi, gheppi a caccia sui coltivi.
Devo bere ed ora anche di prendere i sali, il prossimo paese stop al primo bar.
Massa San Giorgio va benissimo, bar in paese. Un paio di avventori, con la birra davanti, mi guardano come un extraterrestre. La bottiglia e il podista sudano uguale, ed entrambi non puzzano. Ma il podista fa impressione. Chiedo l’acqua, estraggo la busta con i sali, sciolgo nell’acqua i cristalli. Il barista mi chiede che giro sto facendo. Il marziano è sceso a terra, e racconta di una cosa normale che si fa una volta la settimana, un tipo di allenamento. E quelli non sono altro che sali minerali, con un giro così si suda molto. Saluti, si riparte. Questi sali sono ottimi. I muscoli erano lì lì per irrigidirsi ed ecco che sono a posto si riparte rotondi. Corri bene Emiliano, corri bene. Si risale. A posto, molto bene, un altro sorso della soluzione salina. La bottiglia in mano da fastidio. Meglio bere tutto e poi rifornimenti volanti.
Curvone, le piane di Spartà e il Tirreno, un cane piccolo fulvo, meticcio di chissà quali incroci, sbuca da sotto il guarda rail. Abbaia inferocito, lanciandosi verso le mie caviglie. Correre o fermarsi? Fermarsi e girarsi verso quel cane al cui seguito ce n’è un altro più grande e urlargli contro, con ferocia. La ferocia di chi non vuole essere morso a 15 kilometri da casa su una strada da cui non si vede passare una macchina almeno un quarto d’ora. Di chi non vuole compromettere mesi di preparazione per un morso di un cane. Gli vado incontro urlando. Loro si fermano, prima il grande bianco, poi il piccolo e si rimettono sotto il guardarail a preparare agguati al prossimo passante. Riprendo a correre, la strada scende e la musica nella testa cambia, voglio una milonga e la cerco, la scelgo nella mia mente. A J.C. Copes. Il motivo, il motivo circolare comincia a ronzare nella testa e anche le nelle gambe. La fatica si sente un pochino meno, sono riuscito a distrarmi. Il sale del sudore si asciuga col vento. Curcuraci. Manca poco. Si scende ancora. Le ombre sono più lunghe tra salite e disceso corro da due ore e mezza. E ancora c’è un bel pezzo. Sul lungo mare con tratti all’ombra. E’ pianura, ora dovrei aumentare il ritmo. Pensare di aumentarlo. Poca forza, poca energia. Incrocio un amico in motorino che mi saluta, io non riesco a riconoscerlo ma lo saluto lo stesso. E questo cambio di attenzione mi aiuta. Comincio a considerare l’ipotesi di fare l’ultimo pezzo dall’incrocio dell’annunziata fino a casa al passo. Gli ultimi chilometri sulla pista ciclabile, incrocio altri podisti, cenni di saluto. Stanno appena iniziando io sto finendo. Raschio il serbatoio e arrivo alla fontana, bevo, e riprendo a correre. Ecco arrivato. Mi fermo. Fermo il cronometro segna di più di quanto sperassi, ma anche questo allenamento è stato fatto: il passatore è più vicino.
Cammino, tra i miei pensieri e di là Reggio è illuminata mentre Messina è in ombra. Una rover si affianca strombazzante. Mi giro irritato, ma l’irritazione si trasforma in un sorriso è Alessia, capelli neri, bellezza anni ’50 in una donna di trent’anni. Accosta e scende dall’auto, gonna di jeans che non le rende giustizia, la camicia bianca e stretta mette invece in evidenza il seno generoso, profuma di muschi e frutta rossa.
-Diciamo che non sono presentabile – effettivamente sono sudatissimo e di certo il sale decora il mio viso, gli occhi un po’ infossati.
- Ciao! Ma che fai.
- Allenamento. Ho finito e sono finito?
- Questa sera si balla all’Orchidea Scarlatta! Ci vieni?
- Certo.
- Ma come fai?
- Bella domanda, ti rispondo stasera.
- Ciao a stasera, scappo devo preparare ho degli amici a cena, appena smammano vengo a ballare. Un bacio da lontano. Non è che vuoi un passaggio.
-No grazie, ci vediamo più tardi, a stasera.
V Episodio – D’intra ‘u schifu c’è!
Ore 7.00 Turi Spampinato è incazzato, 71 anni, corpo minuto e asciutto, la faccia scura e piena di solchi come le ceneri laviche aggredite dalla furia delle acque. Parcheggia il “lapino” davanti al segnale di divieto di sosta, la tabella alla sinistra della porta d’ingresso di un fabbricato che non è mai stato impiegato come la casa che sarebbe dovuta essere, ammonisce “Polizia Municipale”.
Il vigile urbano, inconsapevolemente segue il gusto del secondo caffe’ del mattino, la luce del sole rimbalza sul mare calmo fino ai suoi occhi cisposi:- Signo’ Turi – biascica- non lo può lasciare il ”lapino” là, c’è il segnale magari!
- Ah io ‘u “lapino” cincu minuta ‘un ci ‘u pozzu lassari, ma dda machina ‘ntu me jardinu avi tri ghiorna ca ci sta! – immediato e pungente Turi.
- Ma che le hanno fatto un regalo, com’è la macchina nuova Signo’ Turi.
- Ma quale regalo! Tutta affossata una machina tidisca, ‘un si po’ abbicinari: d’intra ‘u schifu c’è.
- Turi, di che sta parlando? Che significa schifo e che macchina! – il tono era serio e il sapore del caffe’ non era più neppure un ricordo, la luce del sole rimbalzava sempre sul mare ma non ci badava più.
- E’ tutta lorda di vomito, sangu, ‘un ci capisciu! Viniti e viditi, si no la sdivacu ‘nta strata. - Turi Spampinato era fatto così: un vecchio risoluto. Tanti anni usciere al Comune, lo conoscono tutti in paese anche per quella volta che riuscì a bloccare da solo Sarino il macellaio, che pesava almeno 30 chili più di lui, inferocito stava passando alle vie di fatto con il sindaco per una questione esproprio di un terreno.
Il lapino procede sicuro, come conoscesse la strada, dal vetro posteriore si intravede la coppola di Turi, immobile. Svolta a destra esce dal paese si avvia verso la campagna. Di fronte la Montagna, scura di lava, verde di boschi cupi in mezzo e rifulgente di neve in cima. La stradina si fa stretta tra gli agrumeti, il “lapino” fiuta la traccia, la Punto dei vigili urbani segue da presso.
Il “lapino” svolta repentinamente e scompare tra gli alberi carichi di foglie e di fiori. Ecco l’agrumeto di Turi, il giardino come si dice in Sicilia. E il giardino di Turi è ancora tale, ancora di più ora che è in pensione e che ha dismesso i tubi di plastica per irrigare e ripristinato i solchi per l’irrigazione. Vuole farlo tornare come era quando era un “caruseddu” e suo padre gli insegno’ a governare l’acqua con la zappa da un solco ad un altro, da una conca all’altra. E ce ne dedica di tempo, anche quando era impiegato, la mattina prima di entrare in ufficio e poi il pomeriggio oltre ai sabati e alle domeniche. I figli gli dicono che non rende che ci rimetteva un sacco di soldi, in realtà perché non vorrebbero essere coinvolti in lavorazioni e potature. A lui questo era rimasto e gli piaceva, un po’ di frutta la vendeva, si vantava di non averne mai comprata e poi suoi nipoti mangiavano la sua frutta: chisti sunnu suddispazioni!
Quella Audi A 6 era perfettamente impantanata, fino al mozzo tra due filari di arance. Era entrata a marcia avanti e poi non era più uscita. I Vigili Urbani si avvicinano. Finestrino aperto, ma che schifo: vomito rappreso sul cruscotto e sullo sportello, sangue sull’altro lato passeggero. Il primo vigile viene subito colto dalla nausea. Le chiavi sono appese al quadro. Meglio non toccare niente, parlottano e decidono di chiamare in ufficio.
-Signor Turi la macchina qua deve stare, ora cerchiamo di chi è questa macchina e poi si vede, il carro attrezzi ci pensiamo noi appena ne sappiamo di più.
Turi è allibito era meglio se la attaccava al trattore e “sdivacava” nella strada, e invece deve aspettare, e vafantoculu un paio di santi salgono e scendo. Ma poi si calma magari, dopotutto l’orto è salvo e se ne va a sfogare combattendo la sua battaglia personale contro le piante spontanee che si ostinano a crescere tra quelle che coltiva.
- Pronto casa Zicchittella?
- A chi cerca sono Musumeci Polizia Stradale del Comune di Fiumazzo vorrei parlare con Alfio Zicchittella.
- E’ il mio ex marito, siamo separati, eravamo separati, è morto tre giorni fa, pure da morto rompe i coglioni.
- Come? morto?
- Non so niente quello che sapevo l’ho già detto tutto all’Ispettore Dalbino della Polizia di Acireale rivolgetevi a lui. E non disturbatemi più. click