Noir sul tango, vicende vere e verosimili legate al gotan, risali la corrente degli episodi
XX - Partenza...
Busso’, attese un attimo la risposta, aprii la porta.
- Ah Emiliano, come stai?
- Bene, ti devo ringraziare per l’altra sera: sei stato provvidenziale.
- Ma figurati- Carlo Dalbino guardava tra le carte, non molte in verità, che occupavano il suo tavolo- quando mi sono reso conto che non era un malore qualunque, ho fatto quello che avrei fatto per chiunque, era il minimo.
- Bhe comunque, grazie.
- Piuttosto hai pensato da cosa possa essere stato causato il malore? La Dottoressa del Pronto Soccorso era certa che dipendesse da qualcosa che avevi mangiato.
- No, impossibile. Non avevo mangiato nulla che non avessi già mangiato, era un cocktail analcolico di agrumi, è tra quelli che bevo spesso. Forse qualcosa nel bicchiere?
- A dire il vero ci avevo pensato, ed avevo chiamato subito il locale per vedere se riuscivo a bloccare il bicchiere e magari capire cosa c’era dentro, ma era già stato ritirato e messo in lavastoviglie.
- Il detersivo della lavastoviglie!
- Non dovrebbe dipende dal detersivo, ho controllato, vengono lavati ad alta temperatura, i prodotti detergenti sono testati, ed il risciacquo è sicuro. A meno di qualche malfunzionamento. Per la certezza se ne parla questo pomeriggio quando riaprirà il locale. Inoltre bisogna sincerarsi su cosa veramente hanno messo nel suo cocktail.
- Ma scusa, hai un’indagine in corso?
- Veramente mi sono interessato ed ho fatto un paio di telefonate a chi si occupa dei controlli negli esercizi commerciali.
- E poi, dicono che la polizia non fa nulla…
- Piuttosto tu che ti ricordi? Ammesso che non abbia mangiato nulla e che nel bicchiere ci fosse solo succo di agrumi, non è possibile che l’abbia scambiato con qualcuno?
- Mi ricordo che avevo lasciato il bicchiere sul tavolo ed ero andato a ballare. Non sono stato a controllare di certo il bicchiere. Nel frattempo è arrivata molta gente.
- E dopo?
- Dopo sono andato al tavolo, ho sorseggiato il succo e poi, sono andato a ballare di nuovo. Dopo poco ho cominciato a sentire l’asma. Sono andato in bagno. Ho preso dell’acqua e poi ci siamo incontrati.
- E’ un ago in un pagliaio, aspetto le analisi del sangue per capire se c’è qualcosa di strano.
- Ah, ecco a cosa serviva il prelievo che mi ha fatto la dottoressa prima di andare via. Ma scusa, Carlo, che vuoi dire? Pensi che mi abbiano avvelenato?
- Non lo so, è per vederci chiaro. Non è che hai litigato con qualcuno? Oppure hai solo scambiato il bicchiere. Almeno si capirà cosa escludere.
- Che casino!
- Potresti tornare oggi pomeriggio, dovrei avere i risultati.
- Veramente sono impegnato. Vado a prendere un gruppo di turisti olandesi, li porto a fare quattro giorni di trekking sull’Etna.
- Ma che lavoro è? – disse con aria di scherzo
- Guarda che è una cosa seria, si tratta di avvicinarsi alla Natura in un modo diverso, più rispettoso. Gli stranieri sono spesso più sensibili per queste cose.
- E’ che non avevo mai sentito niente di simile.
- Pensa che una società di Como, con cui lavoro da tempo mi vorrebbe al nord, vorrebbero che organizzassi un gruppo di guide per trekking in estate e sci escursionismo in inverno. Forse mi dovrò trasferire, la proposta è allettante.
- In bocca al lupo.
Squillò il telefono- pronto?... Sì dottoressa. Sì… certo….adesso sono impegnato… Tra cinque minuti… da lei. Va bene- richiuse
- come avrai capito era il capo. L’hai vista è venuta qualche sera fa, accompagnava gli uruguaiani.
- Una donna che non balla, mi pare di averla vista, ma non ce l’ho presente. Io devo proprio andare.- Emiliano aveva fretta.
- Quando torni?
- Tra quattro giorni.
- E io a chi chiedo consigli sul tango?
- Ma se te la cavi benissimo, conosci già un sacco di gente.
- Parli tu che sei bravissimo- intanto si erano alzati e mossi verso la porta, la luce entrava dalla finestra e si rifletteva sul vetro fumè della libreria.- io sono impacciato, urto, pesto i piedi, una frana.
- I primi passi sono i più difficili, bisogna non farsi scoraggiare e continuare.
- Oggi vado a lezione.
- Mi sembra giusto, divertiti.
- Vedo che sei in moto- indicando il casco- non hai avuto problemi.
- Ha passato la notte all’aperto, una volta ogni tanto non fa male, arrivederci.
- Arrivederci, il tuo numero ce l’ho. Buone passeggiate…
- Grazie.
Chiusa la porta, Dalbino si rese conto che aveva ancora qualche minuto prima di andare dalla Lenino, chissà che voleva. Poteva controllare la posta elettronica. Si sedette al pc. Digitò login e password, 4 messaggi nuovi. Aprì, niente di nuovo, aveva vinto qualche milione di dollari ad una lotteria olandese, e gli offrivano medicinali a prezzi di concorrenza. Cestinò tutto. Google. Riempì la casella con tango Sicilia. Apparve il sito di tangoitalia, caminitotango di Catania, palermotango, manco a dirlo di palermo, paolo roversi e blu tango, vacanze di tango in Sicilia.
Squillò ancora il telefono.
-Dalbino, i cinque minuti sono passati!
- eccomi, arrivo- Chiuse tutto, ed uscì
L'audio e' stato cancellato dallo spazio su Splinder
XIX - salon cunning L'audio e' stato cancellato dallo spazio su Splinder
Era un vals quello che ci accoglieva. Enormi foto alle pareti. Ballerini famosi che ormai stanno più in Europa che in Argentina. Ma si vede che qui sono di casa, enfant du pais. Chissà che feste quando tornano dai loro viaggi ad insegnare al mondo asì se baila el tango.
Il parquet della pista è superbo, c’è chi dice sia il migliore di Buenos Aires, lo costeggiamo rispettando le coppie che ballano, sembrano poche ma è un effetto della grandezza della sala. Il nostro tavolo, è quadrato come gli altri, una stoffa bordeaux lo copre interamente fino a terra. In prima fila. Privilegio di chi arriva presto, anche senza avere prenotato. Cambiamo le scarpe. Proverò il sandalo in cavallino appena comprato. Il tacco è altissimo.
Javier mentre cambia le sue:-Que zapatos! Le hai comprate da comme il faut!
- Belle vero!- e intanto stringevo la cinghietta,
-Sono bellissime, ma ti stancherai.
Una pareja di cinquantenni, camicia azzurra e pantaloni di taglio classico antracite, lei con pantaloni di raso e uno scialle stranamente annodato a sostenere a malapena il seno un po’ pesante. Sono piccoli di statura, lui non arriverà a 1.60, lei forse 1.50. Lui ha le braccia e le gambe enormi, i muscoli riempiono le maniche della camicia, la tela dei pantaloni sulle cosce è stesa dai quadricipiti. Lei ha un sedere enorme, una provincia argentina, e quei pantaloni sottolineano le forme barocche. Eppure si muovono galleggiando sulle note. Armonici e ipertrofici. Alla fine del brano lei sorride, lui ricambia. Cortina. Tutti vanno a sedersi.
Intanto arrivano altre persone. Il brano jazz finisce e inizia una tanga di … le prime note
Javier mi guarda, un cenno del capo. La pista è ad un passo è sufficiente alzarci in piedi uno di fronte all’altro. Il suo braccio destro cinge la mia vita. Il mio sinistro intorno alle sue spalle. La sua mano sinistra, la il palmo aperto verso di me. L’invito a chiudere l’abbraccio, a diventare un solo organismo per i prossimi tre minuti. E come conduce, gioca con i tempi con il compas. Soluzioni nuove e inconsuete senza esagerare, in poco spazio. Mi aveva raccontato che aveva fatto danza moderna per molto tempo, poi aveva deciso di dedicarsi a tango. Aveva chiesto ai maestri famosi e questi per prenderti tra i loro eletti selezionavano con la scure. Un passo, una sequenza la facevano vedere una sola volta se eri bravo a rifarla subito, bene. Altrimenti c’erano altri maestri. Studiava ancora, anche danza classica per sistemare i piedi, diceva lui. Mi sembrava di abbracciare un pezzo di quella musica che stavo ascoltando.
Quando il brano finì ebbi la sensazione di un risveglio, lo guardai, mi guardò negli occhi, sorridemmo senza parole. Le note del brano successivo vibrarono dalle membrane degli amplificatori fino ai nostri timpani. Allargai le bracci a cercare l’abbraccio di Javier. Con un cenno discreto, mi suggerì di attendere. Di ascoltare. Nessuno delle altre coppie aveva iniziato a ballare, tutti ascoltavano, qualcuno scambiava un commento.
Poi trascorsa la prima frase musicale, le coppie si unirono nel loro personale abbraccio. Anche noi e riprendemmo a ballare. Le scarpe davano solo segnali positivi, aderenti, il tacco alto mi aiutava, mi sembrava rendesse più facili quei piccoli movimenti dei piedi. Era una certezza il tacco così alto un punto d’arrivo, un fulcro per tanti giochi con la musica.
Finì la tanda che la milonga s’era riempita ed anche nella pista lo spazio si era ridotto, avevo ballato tutto il tempo ad occhi chiusi, per sentire meglio, e non mi ero accorta di nulla intorno a me. Andammo a sederci.
In un tavolo grande dall’altro lato della sala aveva preso posto una coppia giovane, lui ha un vestito gessato doppio petto un po’ largo, lei ha i capelli cortissimi rossi. Hanno l’aria di essere ballerini. Ma in quanti che adesso si dividono la pista ballano, bene. Movimenti puliti, ognuno col suo stile. Un paio di coppie sono formate da persone molto anziane, hanno lo stile un po’ casereccio, magari hanno imparato a casa o per strada quando erano bambini. Quella coppia di vecchietti fa cose incredibili, calecitas, barridas, colgadas. Una nonnina fuori asse, dritta come un fuso, allegramente adorna con la gamba libera dal peso.
La coppia di giovani che avevo notato mi passa davanti: sono professionisti non c’è dubbio! Sembra vengano mossi dalle note stesse. Le scarpe lise in punta di lui, sono memori di molte milongas.
Javier è andato a fumare, un signore alto, magro mi guarda. Ricambio lo sguardo. Un cenno con la testa. Si avvicina, mi alzo e vado incontro a lui. Mi porge il braccio. E’ l’ultimo brano di questa tanda. Respira, inizia lentamente a camminare sulla musica. E’ come se mi attendesse, non so bene cosa fare. Forse sta marcando qualcosa che non capisco. Aspetto. Un passo dopo l’altro, un ocho. Esagero, con l’adorno. Riprendiamo a camminare. Sono agitata, più è lenta la camminata meno mi sento sicura. Eppure non stiamo solo camminando. Cerco di concentrarmi su di lui e sulla musica. Ha un dopobarba antico, un abbraccio forte e dolce allo stesso tempo. Chiude a tempo completando una salida basica. Mi accompagna fino al tavolo.
Torna Javier:- Ho ballato con la tua amiga, como se llama Lorena. La que estava a la parrillada ace una hora
- Non è mia amica, ma come è andata?
- Ah credevo peggio!
- Cioè?
- Ma ogni tanto è come se volesse farsi vedere per forza, boleos esagerati, e allora perde l’eje, se scompone, se sbilancia. Ha studiato con molti maestri milongueri, se è convinta che el tango sia solo quello.
- Ma avete parlato o ballato?
- Veramente ha parlato lei per tutto il primo tango, poi le ho chiesto di concentrarsi sulla musica, ed è cambiata di umore
- Non mi dire che si è offesa.
- No sé, o se charla o se baila. Però ha bailato mejor. Desculpa Anna. – si alzò allentandosi con cellulare che vibrava.
Tango negro di Caceres. La pista era piena. Sembravano tutti in trans. I due ipertrofici ballavano con unico punto di contatto la fronte. Senza abbraccio. Uno specchio di movimenti repentini, con le forme tornite e solide, due forze che giocavano con la musica. Non ti annoi neppure un attimo, e impari se hai occhi per osservare.
-Incredible, ache veinte minutos que habla en Italia. Mentre parlavo con un amico estaba Lorena enfadada, decia hijo de puta, te mato, torno en Italia y te ammasso como un cane. Anna que es un cane?
- un perro .