Noir sul tango, vicende vere e verosimili legate al gotan, risali la corrente degli episodi
XXlV - Il Palazzo (I)
Una signora trincerata dietro un tavolo della fine del settecento sormontato da uno spesso vetro, dalla sua barricata di depliant di stage, negozi di scarpe on line, offerte di scuole e nuovi corsi di tango, ci chiede se siamo soci. Annuiamo e paghiamo i 6 Euro di ingresso. Attraversiamo la sala che si apre alla sinistra. Ogni stanza comunica direttamente ad un altra, attraverso una porta, non ci sono corridoi, non ci sono disimpegni. Sui soffitti personaggi stranamente abbigliati sono impegnati in battute di caccia, altri ancora sommariamente vestiti narrano di tempi in cui molti dei avevano i vizi e le virtù degli uomini.
Un divano, dal rivestimento in broccato verde teso dalla imbottitura rinnovata di recente semicoperto da cappotti e stivato sotto le sue gambe di varie paia di scarpe, ci suggerisce di calzare quelle custodiamo nei sacchetti dall'aroma dei paesi del sud.
Jap mentre allaccia le sue guarda attraverso la porta che lascia vedere le coppie che già ballano. Io sono pronto in un attimo, osservo che Jap invece aggiusta le stringhe con cura, ma la musica mi attira come i topi del suonatore di faluto di Handersen. Varco la soglia, che le ragazze sono alle prese con gli ibvisibili buchi dei cinturini che avvolgono le caviglie. Ho fretta di vedere chi c'è.
La riconosco subito: bionda che sfoggia il suo stile appilado col maestro dai capelli brizzolati e i movimenti misurati. Il suo braccio sinistro, il cui omero poggia sull'omero del destro di lui, è sospeso. Sembra rapita. ecco Saverio che malgrado la sua statura invita sempre le ragazze giovani e più alte, possibilmente formose sperimentando per primo come eseguono gli ochos. Ma c'è Anna! E cosa ci fa qui! Mi vede e fa un cenno discreto con gli occhi neri, ricambio. Solo chi ci avesse fissato avrebbe potuto cogliere il nostro saluto. Balla con quel tipo un po' spaccone che sfoggia la capigliatura lunga e un po' lunga, il pizzetto curatissimo, le scarpe perennemente bicolore stile inglese. Lei è precisa nei passi, anche quando lui è un po' scomposto, con le gambe arcuate, forse per l'ansia di seguire la musica.
E c'è Marzia, minuta e dall'asse sicuro, ha imparato a giocare con le note attraverso movimenti dei piedi tra un appoggio e l'altro. Le sue caviglie dialogano con le note. E ci sono anche un paio di autisti di autobus, forti di mulinare le braccia per indurre all'ocho ragazze che nulla hanno del TIR. Molte donne e qualche uomo attendono, guardano e parlano, occupando una fila di sedie interrotta da un camino di marmo e dalle finestre aperte sui balconi dalle righiere bombate.
Il brano terminò che il maestro dai capelli raccolti in una coda che superava le spalle, fece appena in tempo per tornare alla console, per lanciare la cortina.
Lei si presentò con la voce melliflua e squillante: -Emiliano, ma quanto tempo che ti fai vedere? Ho saputo che non sei stato bene! Mi sono preoccupata!-
-Tutto bene solo un attacco di allergia.-
-Ma come? A cosa? queste allergie! Però sei sempre abbronzato.-
-Ah bhè, lavorando all'aperto, si fa presto ad abbronzarsi. Anche tu non scherzi!
- Sono appena tornata da Buenos Aires. Un mese intero. Poi sono dovuta tornare, ed ora è difficile ballare qui, non ci sono più abituata. (Di sarli???) Mi piace questa, fammi ballare!
-Ma non erano gli uomini ad invitare?
-In argentina è un altra cosa, l'altra volta non mi hai neppure salutato!
-Ma quando?
-Alla Rosa Scarlatta! Ora fai finta di non ricordarti.
- Veramente!!! E' quando sono stato male, comunque forse è meglio ballare...