martedì, 20 giugno 2006

XXVI – Il palazzo 3
 
Emiliano si voltò e sorrise:- Anna, che piacere vederti! – si scambiarono un bacio sulla guancia.
-come mai da queste parti?-
- Sono qui per lavoro, sto accompagnando dei turisti olandesi per un tour in Sicilia natura e cultura. Oggi Palermo, e avendo scoperto che ballavano tango una serata in milonga siciliana era imperdibile. E tu?-
-Sono a Palermo per qualche giorno per aiutare una amica che sta traslocando-
- E’ bello incontrare un viso amico…-
 
Alle loro orecchie giunsero le note di Yuyo verde!
-         Penso che dovremo parlare dopo- disse sorridendo Emiliano.
-         Lo penso anche io- con tono divertito Anna.
 
E percorsero i metri che li separavano dalla porta di legno laccato bianco, lavorata in motivi floreali che li separava dalla sala del ballo. La maggior parte delle coppie già ballavano, le altre ascoltavano le prime note. Jap stava abbracciando Lorena dalla chioma bionda.
Emiliano e Anna furono di fronte al bordo della sala, gli occhi cercavano la musica.
Mi concentrai sulla musica e abbracciai Anna circondando il busto col braccio sinistro, le porsi la mano sinistra, lei pose la sua destra. Cambia peso dalla destra alla sinistra e viceversa, senza sollevare i piedi, a tempo. Anna era con me. Respirai profondamente e iniziai a muovermi: una apertura ampia a sinistra quanto il mantice del bandoneon che aspira l’aria.
Il braccio di Emiliano mi avvolse, la sua mano destra era oltre la mia scapola destra. Sentivo il suo braccio intorno a me, forte, sicuro. A mia volta abbracciai e adagiai il mio sinistro sulle sue spalle. La sua mano sinistra era lì che attendeva la mia destra. Chiusi gli occhi. Cambiò peso due volte. Respirò e ci muovemmo.
Le note di Pugliese mi dicevano cosa fare, non dovevo neppure pensare troppo, osservavo davanti a me lo spazio lasciato libero da chi ci precedeva. Era facile, senza fretta, il suo corpo incollato al mio, il suo braccio intorno alle mie spalle presente ma non grave, la mano sfiorava il collo.
Emiliano indicava la strada sulle note del maestro, a me il compito di colorare gli altri strumenti che intervenivano. Senza fretta. Barridas, giros, paseo sulle note forti ritmate. Marcava senza spingere e senza tirare. Quando si avvicinarono le ultime note, sentivo che stava preparando la chiusura. Mi allontanò leggermente nel paseo, e poi repentinamente di trasse a sé, lasciando che la mia gamba destra affondasse tra le sue. Il busto in leggera torsione. Era sull’ultima nota.
Restammo alla chiusura fermi per qualche secondo l’eco dell’ultima nota si era spento, fu come risvegliarsi, da un sogno. Lorena aveva gli occhi su di noi.
-Anna! – esclamò squillante e un sorriso grande- ci incontriamo ovunque, mi segui?
- Ciao Lorena! Il mondo del tango è piccolo.- rispose con prontezza Anna.
- Li scegli sempre bene gli uomini con cui ballare.-
- E chi sa chi sceglie chi viene scelto?-
- Sono sempre le donne a scegliere. In Argentina però, il livello è molto superiore, qui ci dobbiamo accontentare. Io non avrei ballato più!-
- Anche qui non è male siamo ancora giovani dobbiamo crescere.-
- si ma in fretta però!- aggiunse Lorena mentre già le note del brano successivo invadevano l’aria. La Yumba, sempre di Osvaldo Pugliese, sul pavimento di graniglia i segni si fecero più rapidi e tagliati, giocammo sul tempo e sulle variazioni. Il terzo brano fu annunciato da maestro dal codino che armeggiava alla consolle:- come se capisce, la tanda è dedicata al maestro Osvaldo Pugliese questo anno fa cento anni dalla sua nascita, lo vogliamo ricordare bailando e il prossimo brano es “Recuerdo”.
Flipper, Pomata,  il grosso, l’impettita, la bionda, la profesora, la cinghiala, la libellula, il pelato, il baffo e gli altri formavano le coppie ed era un organismo solo. Fin dalle prime note l’atmosfera era diversa, la si percepiva. Jap era con francisca. Lorena osservava dal bordo.
Finì presto quel tango, respirai il suo odore libera nel suo abbraccio, protetta dai temibili caterpillar, di cui questa volta non vi fu traccia. Mi sorprese con una strana cadena ci avvitammo colle note appena dopo una barrida, e già mi girava la testa quando riprendemmo a camminare.
La cortina musicale ci fece trovare vicini a Jap e Francisca.
-May I introduce a friend of mine?- esordii e iniziarono a parlare come vecchi amici. Il tango era un argomento forte di discussione.
-Ballate bene -disse Jap- vi ho visto.- Ma la tandas di milongas ci richiamò presto alla legge del bailongo. Invitai Francisca e Jap senza esitazioni Anna. La gioia della milonga, i tanghi con Anna avevavo cancellato il malumore dell’inizio della serata. Ballammo fino all’ultima tanda, fischiando fragorosamente quando essa fu annunciata. Terminata quest’ultima, l’extra tango della sera fu queremos paz dei gotan project. Lo ballai con Emiliano, ripetendo le parole della canzone “queremos paz par el nostro pueblo”e venne fuori un tango lento, assaporato in ogni passaggio col gusto di inventare i passi cambiando dinamica.
Le luci si accesero, e gli affreschi con le ninfe che ci avevano osservate non viste, nascoste dalla luci soffuse, si mostrarono a chi volle guardare i soffitti.
Restammo a parlare per un po’, ma quando un omino pelato, con passo impaziente raccolse i bicchieri abbandonati, capimmo che l’apparizione del suo cardigan di lana voleva dire che si doveva lasciare la sala. Le scarpe che non sapevano ballare e che erano rimaste ad osservare le loro privilegiate cugine, si erano nel frattempo rimescolate, addormentate, reclinate, sperdute. Ma in poche erano uscite allo scoperto da sotto le sedie e i divani. Io trovai le mie quasi subito, Anna arrivò con le sue in mano, le aveva risposte in luogo sicuro. Francisca aveva già indossato le sue, mentre Jap si era disteso sotto il divano per recuperate la sua scarpa da trekking. Tolse le scarpe da tango e le ripose nella busta di stoffa nera, sistemò i calzini e calzò la scarpa sinistra. Il suo volto cambiò di colore, impallidì! -Oh my God! My foot, my foot!- urlò. Tirò fuori il piede dalla scarpa e tra l’alluce e secondo dito era conficcata metà di lametta da barba, il sangue che aveva inzuppato il calzino, gocciolava copioso.
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giovedì, 01 giugno 2006

XXV – Il palazzo II
Mi era passata la voglia di ballare, contavo i secondi che finisse quel brano. Ballavo scolasticamente, a tempo, i passi misurati. E finì il brano finalmente! La cortina fu provvidenziale. Mi dileguai rapidamente, congedandomi con un cortese “grazie”, e mi diressi al tavolo delle bibite. Alcune caraffe erano colme di liquidi colorati, bottiglie di acqua e surrogati della Coca Cola coperte di rugiada. Un piccolo totem di bicchieri di plastica si ergeva accanto ad un pennarello rosso, che suggeriva di segnare il proprio nome sui bicchieri. Un tributo ecologista. Mi versai un bicchiere d’acqua, a scanso di equivoci allergici. La musica, dalla stanza accanto, arrivava attenuata. Una giovane coppia discuteva con i bicchieri in mano.
-Dobbiamo provare i passi dello stage, altrimenti non li puliremo mai!
- Sì che li proviamo, ma non in milonga. E’ impossibile, cerco di proporli ma in parte, una sequenza intera come allo stage impossibile da rifare. Non c’è spazio.
-Ma se non li proviamo non riesco a memorizzarli.
-Ecco, vedi non puoi memorizzarli, per questo una volta su quattro, se va bene riesce.
- cosa vuoi dire?
- Che se cerchi di farli a memoria non possono riuscire mai.
- Ma certo, ci sono milioni di alternative come faccio a capire cosa mi vuoi far fare? E poi quando fai i lapis muovi anche il busto e questo mi confonde!
- allora niente adorni! Che studiamo a fare sempre le stesse cose?.
-Non dico questo, dico che dobbiamo provare.
-Però se proviamo le sequenze e le riproponiamo c’è il rischio che andiamo a memoria, di fare le cose meccanicamente. E non è lo spirito del ballo.
-E io non voglio fare le cose meccanicamente, dobbiamo provare per capire perché certi movimenti non ci riescono.
- Ma questo è un valz!
Lui le porse il braccio lei vi appoggio il suo, si allontanarono verso la porta da cui proveniva la musica.
 
Avevo visto Emiliano ed alla prima cortina avevo ringraziato con un sorriso, ma già lo cercavo nella sala. Non ci vedevamo da un bel po’ e volevo salutarlo. In sala di lui, non v’era traccia. Andai nella sala dei divani sotto i quali si erano raccolte le scarpe che non sapevano ballare. Due coppie cercavano di fare ballare quelle avevano ai piedi, provando passi nuovi. No, non c’era neppure lì. Che fosse andato già via? No, impossibile. Ah, la sala delle bevande! Dietro l’angolo, eccolo, l’avevo trovato. –Emiliano, Emiliano!-
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